Da
alcuni anni seguo con particolare interesse la pittura di Frasnedi,
di uno dei più giovani rappresentanti di quel recente "exploit"
artistico bolognese che ha di volta in volta assunto aspetti e configurazioni
attorno comunque a quella sollecitante, anche se ambigua, prospettiva
del neonaturalismo. E proprio nel clima delle ricerche di quella corrente
il Frasnedi si è inizialmente fatto notare, distinguendosi però
per una maggiore aderenza a uno dei poli entro cui si andava allora
coniugando l'incontro con la natura, inteso come immediata presa esistenziale,
di una somma di dati originari, riproposti poi anche da altri con mozioni
linguistiche non sempre rinnovate o storicamente attendibili. Nel caso
di Frasnedi pensiamo invece al termine su cui maggiormente egli andava
insistendo con prove in ogni caso rivelatrici, data la sua propensione,
appunto, più verso una situazione materico esistenziale, già
densa di pressioni culturali più vaste. Infatti nella sua pittura
da una fase formativa di accertamento strumentale, in cui egli tendeva
a rilevare i caratteri di una ormai diversa processualità, di
un fare cioè all'interno di quell'incontro con la natura, Frasnedi
sembra giunto, dopo varie ricerche, a formulare una sua più autonoma
visione, dimostrando come il suo problema dovesse rivelarsi già
ulteriore a quella fase genericamente informale in cui si andavano chiudendo
anche le esperienze maggiori dell'ultimo naturalismo e i cui ritorni
a suggestioni mimetiche, ad ambigue concrezioni rappresentative lo stanno
tuttora a dimostrare con sufficiente evidenza. Frasnedi ha operato recentemente
un processo di essenzializzazione dei suoi "motivi" non escludendo
però la qualità, la durata di quelle investigazioni in
una materia più luminosa. Già in alcuni dipinti del '60
si poteva scorgere questa nuova direzione, oggi si tratta di un accumulo
di materia accampato in una relazione più strutturale e motivata;
talvolta il rapporto è quasi monocromatico con una intensa evidenza
materica, data dallo spessore della zona tonale più incidente
o dai vari strati più timbricamente accesi. Ma più che
una cifra nel riquadro accampato su di un vasto spazio monocromo è
una cellula, uno strato di vibrazioni infinitesimali, rese con una particolare
sensibilità luministica. Spesso sono più cellule collegate
da sequenze di meditazione tonale, da tensioni emotive, da liriche trasparenze,
ma quando si tratta di un corpo unico allora il confronto avviene su
di una condizione dominante dove protagonista si eleva la luce, si allarga,
si espande in una nuova dimensione spaziale. La superficie pertanto
ha ripreso il suo registro, accoglie e si relaziona in un ordine ricettivo
più sottile. Ormai l'elemento ha riscattato la sua caotica origine,
ora agisce per reversibile contrappunto in un sensibile dialogo tonale
con lo spazio. È questo per Frasnedi un momento che non manca
di esperienze contigue e oggi tra le più valide. L'intensità
emotiva, la ricchezza inventiva che egli sa trovare in queste sue nuove
relazioni tra luce e spazio, tra materia e fondo, ci garantiscono della
sua autentica qualità espressiva.