Franco
Solmi
Presentazione mostra personale, Galleria
Il Cancello, Bologna 1967
Alfonso
Frasnedi è giunto a una organica sintesi fra le sue esperienze
precedenti, condotte prevalentemente sul linguaggio di massa esemplificato
dai "fumetti", e quelle rese attuali dal massiccio rovesciarsi,
sul piano estetico, delle proposte oggettualistiche. Ciò che
ne risulta è una presa di posizione, ben netta, che trova riferimenti
ideologici secondo me molto precisi. L'artista, in queste sue ultime
opere, costruisce impassibili protagonisti del "paesaggio quotidiano",
volti, oggetti, ambienti, cose toccate dentro e fuori dai moduli della
civiltà del benessere. Questo "paesaggio" si presenta
nitido, inesorabilmente ovvio nella sua costringente totalità,
dalla quale può forse riscattarlo solo un pensiero che criticamente
lo rifletta. Ecco l'invito che io credo Frasnedi rivolga allo spettatore
di questi prodotti per il consumo estetico; ed ecco, insieme, l'istanza
liberatoria che queste immagini propongono col loro stesso squallore.
Se noi siamo questo paesaggio, restano
due sole possibili alternative: quella dell'adattamento o quella della
negazione. Il giudizio, già proferito dall'artista nel momento
in cui concretamente lo traduce in immagini, potrà variare a
seconda delle obiettive possibilità di reazione [...].
L'anonimato della persona, dell'oggetto,
dell'ambiente, è il vero protagonista di queste storie quotidiane:
un anonimato accentuato dai marchi di distinzione (i piselli "marcati"
a garanzia della loro diversità, diventano in effetti indistinguibili
l'uno dall'altro; così gli uomini e i paesaggi, costruiti secondo
le regole della civiltà, proprio nella loro "distinzione"
si presentano come tutti uguali). Ma il processo di introduzione di
questi "oggetti" anonimi - tutte copie di serie, siano uomini,
paesaggi o bottiglie di Coca-Cola - in un contesto pittorico, fantastico
per definizione e quindi "disordinato", ove non vengono esaltati,
ma scoperti nella loro inautenticità di contraffazioni, provoca
il trauma di chi è costretto a riconoscersi in essi. Lo spettatore
avrà modo di sentirsi verniciato per il consumo di massa, quanto
e come la frutta del dipinto di Frasnedi, e di avvertire che quella
sua immagine è l'unica che la realtà della produzione
e dei consumi gli consente di portare in giro, così linda, appiattita,
uniforme. Frasnedi esalta, in effetti, l'Eros, contestando nei suoi
dipinti la produzione in serie del sesso, tipica dell'industria culturale,
che attraverso l'allusione controllata ne realizza la repressione presentando
il gioco fino ai limiti, mai al di là, del proibito (ed ecco
la pudica oscenità della donna che beve la Coca-Cola).
Questa mostra è un invito a riconoscerci
e a giudicarci "così come siamo", e quindi a sottrarci,
nell'atto del giudizio, alla totalità che si presenta come universale
obiettivo. Al di là dei fantocci lindi e splendidamente presentabili
di Frasnedi, potremmo allora scoprirci opposti alla nostra immagine
divulgata, potremmo pensare a una nuova immagine della realtà,
che è come dire a un'altra realtà. Questo ci farà
forse scoprire "asociali", potrà recarci terrore e
angoscia: due fattori di disordine, e quindi due momenti di provocazione
e di critica dell'ordine costituito.
Presentazione mostra personale, Galleria
Vinciana, Milano 1970
Una
storia, quella di Alfonso Frasnedi, cresciuta su se stessa con lenta
determinazione, quasi ostinatamente chiusa agli eccessi o agli "improvvisi"
dell'avanguardia, pur essendo certamente volta alla ricerca di punta,
alla sperimentazione perfino irritante di ogni elemento innovatore,
di ogni proposta linguistica. Ciò che separa l'artista, e che
lo individua profondamente, è la verifica puntualissima di ogni
dato, anche al di fuori della sua "attualità": il che
lo porta a proseguire l'indagine oltre l'occasione estetica immediatamente
determinante, cosicché se, da un lato, Frasnedi può apparire
sperimentatore perfino spericolato, dall'altro si fa minuzioso sistematore
degli elementi linguistici all'interno di quello spazio comunicativo
che è il suo quadro. Questa vicenda, ormai, disegna un personaggio
e una personalità che non hanno molti riscontri nel panorama
artistico del nostro paese, e certamente nessuno in una città
come Bologna dove i discorsi sulle strutture, le analisi sui dati della
percezione visiva, i momenti del linguaggio hanno avuto fragilissima
vita teorica e soltanto talentosa traduzione figurativa in alcuni pochi;
prevalendo, come è giusto e consono al carattere di questa città,
più corposa invenzione figurale, appena inquinata dal rischio
intellettualistico. Ma se non vi è riscontro diretto, qualche
affinità con l'area culturale in cui Frasnedi vive e opera la
si può pur riscontrare: specie se si pone mente a certe esperienze
recentissime che traducono il rapporto natura ed espressione alla luce
di un calare quasi metafisico dell'uno e dell'altro dato all'interno
di una realtà allucinata e sospesa. Basta pensare, per un esempio
a mio avviso assai importante, alla pittura di Dino Boschi, così
interna alla realtà del racconto quotidiano e, nello stesso tempo,
così assente da essa, per comprendere come anche Frasnedi - artista
diversissimo - può oggi essere letto "in situazione".
E non solo di una situazione bolognese, si intende, voglio qui parlare,
troppi essendo i momenti di relazione dei fatti citati con altri, romani
per esempio, di dichiarata estrazione neometafisica. Sotto questo termine,
assai largamente inteso, può ben rientrare la pittura di Frasnedi
per quel suo programmatico isolamento, per quel suo "assentarsi"
dal reale quotidiano che risponde, abbastanza curiosamente, al "vuoto"
dei rapporti di realtà verificato nell'opera degli artisti sopra
ricordati. Probabilmente lo stesso Frasnedi sarà sorpreso di
questo accostamento, del resto tutt'altro che unificante, con pittori
che si valgono con straordinaria lucidità di elementi "descrittivi",
ma mi pare che un discorso non vincolato a momenti iconografici (sempre
negati affermati anche dagli altri) e portato a fondo sulle strutture,
possa documentare senza sforzo che il suo rapporto con l'oggetto - tanto
evidenziato - non è di natura meccanica, geometrica o freddamente
sperimentale, ma s'allarga a curiosità che definirei "ideologiche",
se con questa parola si intende il disporsi individuale dell'essere
nei confronti della realtà divulgata. E che è, se non
la si vede ideologicamente fondata, la costrizione che Frasnedi impone
al fruitore di leggere, in termini di linguaggio quotidiano, il "nulla"
dell'oggetto consueto del suo vedere: un prato o un cielo, un mare o
un paesaggio, ritrovando nel loro ovvio disporsi alla comunicazione
massificata, il nulla stesso? E non importa se è una ideologia
dell'assenza, e forse della disperazione, che non delinea soluzioni
se non quelle, non attuali ma proiettate in un futuro indescritto (utopico)
che ci possono venire dalla coscienza del nostro prescrittissimo conoscere?
Il gioco delle analogie e delle descrizioni, nelle pitture di Frasnedi,
non è fine a se stesso, ma si pone come obiettivo di restituire
il nulla reale delle convenzioni comunicative in cui si spezza ogni
possibilità di intervento individuale. Soltanto al di fuori,
in un fuori impossibile, si avrà vero dialogo. Per ora parliamo
di un universo di nuvole, di prati, di cieli, di mari assolutamente
falso, e nella immagine che ne abbiamo, verifichiamo l'assenza del linguaggio
e nel contempo la sua presenza funzionale all'ideologia dominante. In
Frasnedi lo schema linguistico discopre la sua natura convenzionale
e autoritaria, e lo fa proprio esaltando i simboli "naturalistici"
più universalmente accettati: mare, cielo, terra. Verificata
la nullità dell'oggetto rappresentato, è ovvio che l'artista
sia libero di variare i rapporti di grandezza, di luce, di colore, di
relazione senza per questo violentare la realtà più di
quanto non sia già stata violentata, e che possa far questo con
la più assurda naturalezza. Così la fetta di mare potrà
posare sul prato o nel cielo, il pezzo accuratamente ritagliato di nuvola
potrà stare senza peso, ma "realissimo", in una "atmosfera"
tanto tesa e incredibile da non avere, di atmosferico, assolutamente
nulla. Quando, in un momento di passaggio della ricerca, un elemento
prende più prepotente fisicità, come nel dipinto ove un
ritaglio di prato diviene fondo e sopporta l'oggetto cielo mare come
un opposto logico, l'operazione dell'assurdo reale che Frasnedi conduce
diviene di una chiarezza quasi insultante. Il processo dialettico, solo
ora scoperto, funziona da chiave inservibile per riannodare i termini
del rapporto oggetto espressione, che restano ancora una volta infondati
o, meglio, metafisicamente sospesi. Va da sé che, per tracciare
le linee direttrici del suo discorso, l'artista abbia preferito servirsi
di oggetti primari del quotidiano (il cielo, il mare, la terra) in cui
più scopertamente l'universalità e l'infinità (fittizie
in quanto fortemente delimitate) giocano come categorie dell'illusione
collettiva. Ma oggi sembra che Frasnedi non si limiti più a ridurre
l'universale a "oggetto" (quindi alla sua dimensione socialmente
strumentalizzata), ma coinvolga nel giudizio anche le "cose"
più banali della pratica quotidiana sollevandole a una universalità
parimenti falsificante. Le macchine che, nel cielo, prendono naturalmente
il posto delle nubi, godono la loro realtà, esteticamente e linguisticamente
legittimata. Quindi falsamente universale.
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