Arnheim
in un suo noto lavoro sulla percezione visiva come attività conoscitiva,
notava giustamente che quel particolare, delicato rapporto del linguaggio
col pensiero percettivo, era stato vanificato, se non reso ridicolo,
dall'approccio unilaterale di certi determinismi linguistici.
A secolo ventesimo inoltrato appare abbastanza
chiaro che la parola determinismo è sempre più sinonimo
di "semplificazione": è il momento in cui un dato fra
i tanti assume un significato e una portata centrale: è la facilità
della non difficoltà, che generalmente è proprio la piccola
borghesia a chiedere per ogni sua compromissione artistica e culturale.
Il "dato" di Frasnedi non è
rivolto a quei significati tipici della società dei consumi,
cui si poteva eventualmente fare riferimento quasi per comodità
e a "scanso di equivoci", ma è un dato rivolto piuttosto
verso la fenomenicità delle cose, raccolte in un sistema di oggetti
che non può dimenticare la propria combinazione.
Un antecedente della pittura di Frasnedi
è forse possibile coglierlo in Rothko: ma il rapporto che Frasnedi
instaura col pittore russo naturalizzato americano, è un rapporto
privo di ogni riferimento al naturalismo e agli elementi atmosferici:
così come Frasnedi scarta le soluzioni della Bauhaus, cui indirettamente
fa riferimento (pensiamo ad Albers).
L'operazione di Frasnedi, nell'apparente
semplicità (pulizia e nitore "cartesiano") della rappresentazione
formale, è frutto di una serie di selezioni: non si tratta della
rappresentazione degli strumenti di lavoro (tela, telaio, cornice) all'"école
de Nice", né si tratta della rappresentazione dei puri dati
grammaticali, ma di una ricerca dei rapporti fra il linguaggio e la
percezione, dove l'immaginazione, giudicata esuberante e chiassosa,
viene come frustrata, comandata da regole rigorose, per farla risorgere
in una regola "altra" purificata dai dati contingenti, in
una zona di assenza di determinismo e di facile schematicità.
"L'avventura controllata" del
lavoro di Frasnedi si àncora ad alcuni elementi egoistici che
potremmo definire la tautologia e la non potenza (o determinazione)
a inventare qualcosa di nuovo. La "tautologia" è il
risultato che rappresenta se stesso, che si coagula su una superficie,
rimanendo sempre a se stesso, come se, alla prossima 'stazione' ci fosse
un nuovo messaggio (e potrebbe essere la lettura che Kundera fa di Kafka,
al di fuori della dicotomia classica fra tragico e comico: il messia
verrà il giorno dopo il suo avvento). La 'determinazione a non
inventare' risale a un precetto di Reinhart: " Ogni cosa prescritta
è proscritta. Soltanto in questo modo non c'è possibilità
di attaccarsi a qualcosa. Soltanto una forma standard può essere
senza immagine, solo una immagine stereotipata può essere senza
forma".
Viene fatto di pensare a certe rivisitazioni
del cinema americano contemporaneo dove certi registi scelgono negli
anni sessanta la forma dei film anni trenta, e la riproducono costruendo
delle microforme dentro la cornice di partenza: il risultato è
un prodotto volutamente limitato e frustrato, una specie di esercizio
che il discepolo compie per comprendere le fondamenta delle sue azioni.
Si tratterebbe di una forma di imitazione portata sino ai massimi limiti
della consapevolezza, e che cerca di evitare i pericoli dell'identificazione
col modello: quindi un ragionamento a priori, che alle volte, nel lavoro
precedente di Frasnedi, è stato esso stesso oggetto di rappresentazione.
Nella sua estensione e contrazione "l'imitazione" indica il
termine minore della proposizione e della proporzione fra essere e apparenza.
E l'imitazione ha una indeterminata possibilità di applicazione.
Ma il gioco deve restare in un perfetto equilibrio: la mano pesante
di un qualsiasi determinismo porterebbe all'unificazione di questi due
elementi: ed è per questo che nei suoi precedenti lavori Frasnedi
ha cercato di decantare, depurare, rendere 'astenici', i frutti della
sua ricerca fra lingua e percezione.
Quando le avanguardie storiche dissolvono
il loro compito, le tendenze residue o riprovano la figurazione o si
abbandonano a una imitazione inintelligente (forme standard con nuove
immagini). Ed è innegabile che esista una differenza fra ciò
che è storico e passato e ciò che è storico ed
è in qualche modo presente. Ma quasi per legge psicologica la
forza di attrazione dei vecchi modelli si fa sentire, sino a far pensare
quasi a una "legge di priorità" in cui quanto più
intensamente nella vita è accaduta una esperienza, tanto più
si tende a esprimere le successive esperienze alla luce delle prime.
L'adattamento consapevole del nuovo e
del vecchio apre la strada all'immaginazione, ma è proprio la
strada della consapevolezza che è difficile imboccare: localizzare
le avanguardie, capire in che cosa sono "storia", eliminare
certe suggestioni, non cadere nelle trappole di una nuova figurazione,
è un difficile gioco fra cancellazione e riabilitazione dell'io.
In letteratura, ad esempio, si tende spesso a confondere un "io
culturale" con un "io biografico": l'io culturale, di
scrittura, è un elemento che unifica ricordi, analisi, letture.
La persona che parla nei romanzi (poniamo Meursault nello Straniero)
è già impasto culturale: per certi versi è stato
notato che Meursault assomiglia a Julien Sorel: il quale a sua volta
ha qualcosa di molto simile a un personaggio del Cinquecento italiano
collocato in una cronaca francese del 1830.
Dal confronto fra questi due personaggi
(attori, due io culturali) si può vedere una specie di 'rottura
epistemologica': il concetto di assurdo, presente in Sorel come momento
di follia o memoria, come sbocco fatale a certe scelte, diviene razionalizzazione
dell'assurdo, dato di partenza in Meursault. L'io culturale in un certo
senso diventa più esiguo e per altri versi si accampa con decisione
nella follia: ciò che nell'Ottocento è presenza marginale,
nel Novecento diventa protagonismo, razionalizzazione. Interessante
a questo proposito è un libro di un narratore americano, George
Sanders (Housseau's advice, New York 1974) dove Sorel a Parigi incontra
un redivivo Rousseau che gli predice la sua sorte (la fine del libro)
e gli consiglia appunto di compiere certe scelte che lo porteranno lontano
dalla sua "ineluttabile" destinazione.
Ma la "complessità" ottocentesca
oggi è improponibile (le cause tuttavia pur nella loro celebrata
chiarezza non sono chiare per niente): Stendhal era più "felice"
(più felice certamente di Camus) perché non aveva ancora
letto Marx? Si potrebbe quasi dire che il "nuovo soggetto"
entrerà nella storia quando finalmente saranno usciti gli altri
(parodia di una risposta data da un siciliano a un proconsole fascista,
che accusava l'uomo di essere 'fuori della storia').
È stato notato che vi sono momenti
in cui le arti assomigliano alla religione: ma è bene tenerle
distinte. Quando l'imitazione e la sottomissione ai modelli diviene
inerte, abbiamo la "malinconia" che spesso in un artista assume
quell'aspetto globale, quella semplificazione indistinta contro l'uso
dell'intelligenza. Il "modello frustrato" è proprio
la forma della comunicazione dove i segni parodiano la realtà:
si scambiano fra loro senza nessun compiacimento verso un reale, sia
pure contestato.
La rivisitata convenzione linguistica
di Frasnedi risponde con un discorso dell'essenziale: dove essenziale
non è ricerca delle essenze, pericolo di molte teologie, ma significa
modulo, disegno stilistico, scelta rigorosa, e perciò levità
e ironia: proprio quell'ironia che è quasi sempre sintomo di
una guarigione laica contro ogni pratica dell'abitudine, del determinismo,
della confessionalità, sotto qualunque sigla queste "primizie"
si propongono.