L'opera
di Alfonso Frasnedi costituisce la riprova che talune formulazioni "pop",
a contatto con la coscienza europea, abbandonano il loro presunto neutralismo
per diventare tramiti di una constatazione che risuona, in modo diretto
o mediato, quale denuncia (o giudizio) della condizione umana in età
tecnologica.
Frasnedi ripropone di quella civiltà
i simulacri più palesi e, in un certo senso, più urtanti
nella loro brutalizzazione: la bambola di carne che abolisce l'eros
nel momento stesso in cui tenta di esaltarlo; i prototipi umani dell'alienazione:
figure seriali nelle quali ci s'imbatte nei salotti, nei treni e nei
consigli di amministrazione. E altri non ne cito, poiché conta
piuttosto rilevare come, in ragione dell'efficacia espressiva del linguaggio,
queste immagini assumono le dimensioni di monumenti totemici. E tanto
urgente è il messaggio, tanto obbligante l'esigenza dell'artista
di riproporlo a livello di massa, che Frasnedi fa ricorso all'iconografia
più capace di incidere nel gusto collettivo, quella cioè
fumettistica e pubblicitaria, con accorgimenti operativi puntualmente
adeguati; nella crudeltà dei netti contorni cloisonnistici e
dall'aggressività senza scampo dei colori acrilici fino alla
rottura degli schemi convenzionali del quadro, mediante ritagli di immagini
e creazioni di fondi vuoti destinati a evidenziarla, quell'immagine,
a potenziarne la significazione e, in pari tempo, ad assegnarle un carattere
di ambiguità per il fluttuare delle ombre naturali.