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Paolo Fossati
Presentazione mostra personale, Galleria Due Torri, Bologna 1981


     Sono presenti in questa mostra due momenti diversi del lavoro di Frasnedi, e l'interesse dell'esposizione sta proprio, mi pare, in un gioco di contrapposizione, nel tempo, fra situazioni pittoriche maturate in modi tra loro discontinui, e la continuità di un atteggiamento pittorico, che oggi risulta confermato alla luce di quanto ieri Frasnedi ha cercato. A un gruppo di opere dei primi anni settanta una serie di tele primissimi anni ottanta: in ciò la corrispondenza di questa mostra.
     Ieri, dunque, l'esperienza era, grosso modo, quella di una stagione pop italiana: solo che all'enfasi oggettiva di immagini emblematiche esasperate per mostrarne il carattere di insuperabilità, di non degradabilità in termini di pittura (lo spazio urbano e il fantasma pubblicitario come ultima spiaggia di un dialogo con immagini che non lasciano spazio ad alcuno spessore), Frasnedi sostituiva un'idea positiva. È possibile riaprire il corso del dipingere riducendo le figure canoniche dell'arte (la giorgionesca tempesta, il Goya del parasole) e della retorica pubblicitaria a un orizzonte neutro, come sono neutre le singole figure di un mazzo da tarocchi nel punto in cui la partita si gioca, ed è il flusso della 'partita' a contare e non la lettura (se non funzionale al gioco) la percezione di soggetti e forme delle singole carte: questo il senso, la direzione di marcia dei progetti del '71 e '72.
     A ben guardare i quali è evidente come uso del colore, riempimento per via di disegno della tela, incastri di soggetti nel racconto servissero ad allontanare l'attenzione percettiva, anzi a dissolverla in un polverizzarsi del tono muscolare dell'immagine e della sua presenza e fragranza, lasciando che scorresse, fra quello sfondo lontano e il punto d'osservazione dello spettatore, uno spazio carico di intenzioni e di tensioni in cui il far pittura si ricostruisse.
     Se è lecito ricorrere a un esempio da palcoscenico, il quadro funzionava da anodino sfondo o quinta di un appena descritto luogo e proprio la genericità schematica di quell'indicazione (o cartello segnaletico) mostrava un altro luogo, un 'davanti', in cui l'evento pittorico presto o tardi si sarebbe palesato.
     Un gioco di attese, dunque, un senso di assenza carico di intenzioni, e di cui la tela dipinta è solo uno degli elementi di percorso, il muro su cui rimbalza la pittura e si dilata. Non dico a caso muro, perché ciò che più colpisce in questo gruppo di opere, primi anni settanta, è il senso esplicito di un supporto finalmente ripulito di ogni esigenza a rappresentare una finzione pittorica, un supporto invece pronto a contenere un'azione di pittura.
     E siamo all'oggi, ai quadri dei nostri giorni. In cui che cosa accade? C'è una banda neutra, sopra e sotto il riquadro dipinto, lasciata al greggio della tela preparata; e poi lo stacco del rettangolo dipinto, stacco costruito per sovrapposizione di pennellate, di grosse virgole in moto nei due sensi e che sovrapposte restano come sospese. Cioè: il supporto sta al di là, un poco remoto, rispetto a questa presenza di colore; e la matassa pittorica non aderisce, non fa corpo formale né col supporto né con l'addensarsi dei colpi di pennello che la depongono sulla tela. Ciò che qui si cerca, ed è un'indagine pacata che arriva al suo scopo senza indugi sperimentali, è un velo che sta lontano da ciò che può anche evocare, tra paesaggio e schema di interno, e lontano dall'azione pittorica, dal pittore. Qualcosa che ambiguamente si può leggere come un'impronta senza più la sua matrice, e quella complessa realtà che in anni lontani si soleva definire con l'etichetta di pittura pura, al solo corpo a corpo col dipingere, come senza intenzioni o premeditazioni. L'ambiguo, cioè, è nella lievissima ombra di malinconia per un che di perduto, perduto con le cose stesse da rappresentare, subito allontanato dalla decisione di lavorare su un terzo spazio, né mentale, né fisico, né dentro né fuori del pittore.