Tra i pittori del nuovo corso assunto dalla
raffigurazione - tenendo anche conto di una aggettivazione topografica
che richiama subito alla mente tutta una serie di immagini, sbocco di
organiche evocazioni caratterizzate spesso da una tipica incidenza viscerale
- Alfonso Frasnedi (nato a Bologna nel 1934) si distingue immediatamente
per lo specchiato nitore con il quale la sua visione si delinea su tele
dai fondi vagamente atmosferici.
Quelle create da Frasnedi sono figure
che alla natura e al vero alludono attraverso un valore che sa di sigla
e di emblema insieme, per assumere quasi la portata di una espressiva
leggenda capace, per elezione, di toccare e di incidere direttamente
sulla coscienza di una collettività, rimanendo tuttavia al di
qua del fumetto e del cartellone pubblicitario, ma già nel dominio
di quel tipo di fruizione consumistica determinatasi come riflesso di
certi mezzi di comunicazione visiva ormai generalizzati a livello di
massa.
Che per intendere la lezione di Frasnedi
fosse necessario andare oltre le epidermiche apparenze del "ritaglio
figurale" e del fondo "vuoto", era evidente: l'artista
stesso, in ogni caso, l'ha implicitamente fatto sentire, riconfermandolo
anche nelle sue opere più recenti, un gruppo delle quali lo presenta
appunto, ospite della Triade, nella sua prima personale torinese.
Lo si poteva tuttavia notare anche nelle
tele che Frasnedi già in passato talora inviò a qualche
rassegna dove i singoli pannelli, accomunati da un'identica immagine
offerta in colori diversi, potevano apparire come curiose varianti cromatiche
tra loro legate al punto che, ad esempio, l'inconfondibile sagoma del
suo albero chiomato, attraverso un processo di espressiva iterazione,
finiva con l'assumere un più largo senso paesistico, nel momento
stesso però in cui l'incalzare dell'immagine rendeva più
evidente il distacco tra realtà ed evocazione fantastica; frutto,
questa, di un inconscio bisogno di fingere - per dirlo nella etimologica
accezione del termine - quel mondo lindo e ordinato in cui l'immagine
frasnediana inequivocabilmente ama specchiarsi.
Quell'approfondimento formale che si era
iniziato assumendo come comune denominatore le piatte tinte delle sue
campite strutturazioni destinate a sottolineare il valore autosignificante
del segno grafico, si è così venuto a estendersi ancora
di più, interessando ora zone forse più intime, vissute
attraverso la creazione artistica, nella quale recano quasi una carica
contestatrice intesa come reazione a ciò che poteva presentarsi
soltanto come frutto di un mero intellettualismo, puro e astratto, fuori
dalla sfera del sentimento che, quanto a elementi conoscitivi, non appare
certo meno ricca.
Nelle opere di Frasnedi, soprattutto in
quelle recenti, più complesse nella loro iconografia e strutturalmente
mosse (dove a far da protagonisti sono però ancora alberi non
più solitari e stelle, nuvole e altri oggetti passati attraverso
una loro forma stilizzatrice), al di là di ogni schematizzazione
rivelano il significato di una loro qualificatrice misura.
Ma è proprio in questa "misura"
la chiave di una pittura l'attualità della quale non è
contraddetta dal tradizionale canone per cui può essere intesa
ancora oggi come interpretazione e poetica rappresentazione di ciò
che l'artefice reca dentro di sé, anche come proiezione del mondo
esterno del quale egli è, a sua volta, partecipe. Non bisogna
infatti dimenticare che si tratta di un mondo che va inteso come luogo
comune dell'umano; di un mondo che appare infatti anche come prospettiva
ideale determinata attraverso il relativismo del tempo e dello spazio
dove sono, necessariamente, destinate a collocarsi le realtà
più contingenti, ma non meno le immagini che ogni volta nascono
dalla mente e dal cuore dell'uomo, rivelandone i significati forse più
veri, certo i più suggestivi.