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Angelo Dragone
Presentazione mostra personale, Galleria Triade, Torino 1970


      Tra i pittori del nuovo corso assunto dalla raffigurazione - tenendo anche conto di una aggettivazione topografica che richiama subito alla mente tutta una serie di immagini, sbocco di organiche evocazioni caratterizzate spesso da una tipica incidenza viscerale - Alfonso Frasnedi (nato a Bologna nel 1934) si distingue immediatamente per lo specchiato nitore con il quale la sua visione si delinea su tele dai fondi vagamente atmosferici.
     Quelle create da Frasnedi sono figure che alla natura e al vero alludono attraverso un valore che sa di sigla e di emblema insieme, per assumere quasi la portata di una espressiva leggenda capace, per elezione, di toccare e di incidere direttamente sulla coscienza di una collettività, rimanendo tuttavia al di qua del fumetto e del cartellone pubblicitario, ma già nel dominio di quel tipo di fruizione consumistica determinatasi come riflesso di certi mezzi di comunicazione visiva ormai generalizzati a livello di massa.
     Che per intendere la lezione di Frasnedi fosse necessario andare oltre le epidermiche apparenze del "ritaglio figurale" e del fondo "vuoto", era evidente: l'artista stesso, in ogni caso, l'ha implicitamente fatto sentire, riconfermandolo anche nelle sue opere più recenti, un gruppo delle quali lo presenta appunto, ospite della Triade, nella sua prima personale torinese.
     Lo si poteva tuttavia notare anche nelle tele che Frasnedi già in passato talora inviò a qualche rassegna dove i singoli pannelli, accomunati da un'identica immagine offerta in colori diversi, potevano apparire come curiose varianti cromatiche tra loro legate al punto che, ad esempio, l'inconfondibile sagoma del suo albero chiomato, attraverso un processo di espressiva iterazione, finiva con l'assumere un più largo senso paesistico, nel momento stesso però in cui l'incalzare dell'immagine rendeva più evidente il distacco tra realtà ed evocazione fantastica; frutto, questa, di un inconscio bisogno di fingere - per dirlo nella etimologica accezione del termine - quel mondo lindo e ordinato in cui l'immagine frasnediana inequivocabilmente ama specchiarsi.
     Quell'approfondimento formale che si era iniziato assumendo come comune denominatore le piatte tinte delle sue campite strutturazioni destinate a sottolineare il valore autosignificante del segno grafico, si è così venuto a estendersi ancora di più, interessando ora zone forse più intime, vissute attraverso la creazione artistica, nella quale recano quasi una carica contestatrice intesa come reazione a ciò che poteva presentarsi soltanto come frutto di un mero intellettualismo, puro e astratto, fuori dalla sfera del sentimento che, quanto a elementi conoscitivi, non appare certo meno ricca.
     Nelle opere di Frasnedi, soprattutto in quelle recenti, più complesse nella loro iconografia e strutturalmente mosse (dove a far da protagonisti sono però ancora alberi non più solitari e stelle, nuvole e altri oggetti passati attraverso una loro forma stilizzatrice), al di là di ogni schematizzazione rivelano il significato di una loro qualificatrice misura.
     Ma è proprio in questa "misura" la chiave di una pittura l'attualità della quale non è contraddetta dal tradizionale canone per cui può essere intesa ancora oggi come interpretazione e poetica rappresentazione di ciò che l'artefice reca dentro di sé, anche come proiezione del mondo esterno del quale egli è, a sua volta, partecipe. Non bisogna infatti dimenticare che si tratta di un mondo che va inteso come luogo comune dell'umano; di un mondo che appare infatti anche come prospettiva ideale determinata attraverso il relativismo del tempo e dello spazio dove sono, necessariamente, destinate a collocarsi le realtà più contingenti, ma non meno le immagini che ogni volta nascono dalla mente e dal cuore dell'uomo, rivelandone i significati forse più veri, certo i più suggestivi.