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Fabrizio D'Amico
1993


      Sarà stanco, Frasnedi, delle intitolazioni, delle categorie affannosamente cercate per circoscrivere il suo lavoro. Giunto a questa sua colma maturità, e contando all'indietro tanti anni di impegno nella pittura, credo di vedere ora nei suoi occhi, e nei suoi quadri, soprattutto questa saturazione, questa volontà — o questa speranza — di stare lontano da ogni diatriba, da ogni steccato, da ogni partito. Di guardare al suo lavoro, di guardarlo crescere e ultimarsi, in grazie alla sapienza, soltanto, del cuore e della mano; inconsapevole d'altro se non di questa sua verità disadorna di battesimi alti, e altri rispetto al suo concreto apparire.
     E noi, identicamente: stanchi di quei battesimi, di quelle definizioni tentate, delle molte inutili che ascoltammo nei difficili nostri anni settanta: dalle quali, per paradosso, ci allontana finalmente oggi, prima ancora che la consapevolezza della loro parzialità, l'inattualità stessa, la sovrana inattualità di una vocazione esclusiva a una pittura disarmata di orpelli qual è quella di Frasnedi. Stanchi di nominalismi vani, e consolati da un'immagine che non in quelle fughe di senso cerchi riparo, ma nella certezza del suo fondarsi negli atti sempre eguali che sono da sempre necessari alla pittura.
     Riconosceva a Frasnedi, tempestivamente, Renato Barilli (in una lunga serie di puntuali interventi critici che, scalati quasi ad annum dal '57 al '64, seguivano passo dopo passo tutte le tappe del volgersi iniziale del pittore, dalle sue prime intenzioni fino alla soglia della maturità espressiva) la radice affondata nella contingenza dell'ultimo naturalismo arcangeliano: in quella calda temperie di sensi che segnò un'intera generazione di pittori, di scultori padani — e non solo — offrendo loro una sponda salda di pensiero estetico, capace di accomunarne i propositi così che essi partecipassero e insieme si distinguessero da quelli dell'informale europeo. Ma nel contempo riconosceva, Barilli, come Frasnedi si fosse trovato "fin dall'inizio su un piano diverso, più decisamente astratto, naturalmente astratto, senza alcun rovello intellettualistico senza rigori e rinunce ascetiche, portato a una confidente manipolazione del pigmento cromatico e della materia (1957): senza, per ciò, consenguineità definitive a Bologna, seppur più prossimo all'ordine di problemi esperito allora da Vasco Bendini, ad esempio, che non all'altro frangente di ricerca esemplato dall'opera, sempre a titolo di esempio, di Mandelli.
     Sono trascorsi da allora oltre tre decenni. Una lunga [corda] tesa di Frasnedi ha occupato di ininterrotta devozione alla pittura, tendendola e percorrendola come pendolarmente fra quei due estremi già allora avvistati: di una sua crescita, dunque, del tutto autonoma, da un canto, e anzi da dirsi vieppiù autonoma e distante dal rapporto e fin da una trasfigurata memoria di vita trepida e pulsante: e dall'altro da una mai in tutto rinnegata pregnanza di quel ricordo che vale almeno come spalto insormontabile capace di difendere questa pittura dalle più algide, assertive e tautologiche sintassi compositive.
     Quindici anni di lavoro recente e recentissimo ci stanno ora davanti agli occhi: dal 1978 a oggi, a rappresentare un tempo in cui, se Frasnedi si è tenuto forse troppo lontano da occasioni di pubblico confronto, la sua pittura è al contrario ulteriormente cresciuta: in capacità di rischio, direi, e in libertà d'assetti. Rischio che mi pare essa consapevolmente corra ogni volta che un persistente bisogno d'asprezza — sotto le vesti, ad esempio, del canone dichiaratamente geometrizzante che spesso abita, talvolta strutturandola vistosamente, la spazialità del dipinto — s'inframmette nella tramatura trepida incantata del colore: come avviene nell'opera del '78 di davvero bonnardiano abbandono, che è a capo di queste immagini, e analogamente in una delle ultime, quel Progetto della memoria ove la figura geometrica affiora ormai quasi precariamente allo sguardo al culmine di un tenue sussurrato fraseggio di toni accordati. Ed è una frizione, questa che Frasnedi non rinuncia ad assicurare alla sua immagine (e non diversamente l'altra, che spinge talvolta l'un l'altro vicini colori dissonanti), che, se ne interdice un modo distesamente lirico d'ascolto, la sottrae a un troppo facile e suadente suo consistere. In rischio, dunque, e in libertà: libertà che si verifica soprattutto nell'intento di lasciare correre la pittura - al di là di queste griglie non programmatiche ma interne ormai, connaturate alla propria fonda natura - lontana da ogni preventivato assetto aliena a ogni mondanità, inconsapevole di strategie atte a consacrarla: e prossima, invece, ad amori antichi, a desueti pensieri di forma: capaci di contaminare, per lo stare lungo che han fatto nell'animo e nelle mani di Frasnedi, Bonnard, De Staël, Fautrier e Rothko.