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Silvano Ceccarini
Presentazione mostra personale, Galleria Dmer, Bologna 1974


     La prima domanda che Frasnedi sembra porre al suo interlocutore ci pare in sostanza questa: in che modo usare la realtà se tutte le immagini sono state consumate? Come rimettere in piedi la forma rovesciata del mondo se le strutture linguistiche delle sue correlazioni comunicazioni sono quasi interamente possedute e manipolate dalla pubblicità? Come è possibile vedere ancora il volto segreto della città o la linea pura di un paesaggio se la visione è censurata dalla barriera ossessiva dei messaggi di massa?
     Siamo a New York nel 1915 o nel 1985 o in qualche sua dépendence europea. Ormai una sorta di contaminazione egualitaria ci ha introdotti nel regno delle cose generali, nella suprema abitudine subalterna o maliziosa e fatiscente limbo della passività borghese e consumistica. Il grande "artificio" ha reso omaggio alla grande "evidenza" e noi viviamo soltanto idee di superficie in uno scambio continuo di ruoli e di oggetti equivalenti e riproducibili. I miti e i riti dell'epoca sono inventati e celebrati all'insegna multicolore di una storia intesa come rappresentazione e spettacolo. Così con l'approssimazione della verità posso fingermi un viaggio programmato attraverso i depositi celesti d'immagini sconsacrate o vedermi riprodotto sui muri in migliaia di copie diverse e tutte uguali (noi e gli altri) o investire il mio patrimonio umano con i consigli di agenzie speculative create ad hoc. Potete stare certi che se cercate un colore (non dico nemmeno l'esperienza di un colore) vi verrà offerto un intero arcobaleno perché non manchi la meraviglia! La risposta (ovviamente retorica) che Frasnedi cerca di dare a questa iperrealtà naturalizzata ovvero a questa sorta di ideologizzazione "in negativo" e falsificante della vita, non viene realizzata con l'invenzione di figure alternative o con rapporti di mediazione culturale, ma con un processo di riduzione confezione dei dati esistenti, "ritagliati" dalla superiore ironia di un bambino e successivamente combinati in un nuovo contesto formale fino a ottenere, come direbbe Man Ray, una semplice immagine poetica.
     Isolare significa in qualche modo vedere, produrre dei segnali, sottrarre il senso alla deperibilità dei significati. Ma una volta compiuta l'operazione, la scelta (il montaggio) non viene risolta in favore dell'oggetto cioè della sua pregnanza ideologica di "bene" possedibile o da rifiutare, strumento dell'utile o piccola grande barbarie dell'ingombro e sovrabbondanza, ma è per così dire compiuta a vantaggio della cosa che resa inservibile, smagnetizzata, infantilmente precisa si mostra disponibile a ricevere un nome, un colore, un'idea e fors'anche il peso del mistero scongiurato solo da una sottile e scoperta intenzione ludica.
     Che si tratti di una sorta di naïveté astratta? O non invece più semplicemente di un modo spontaneo di assumere le parole appena liberate e poste al di fuori di qualsiasi organizzazione linguistico simbolica? La "parole" dunque al posto della "langue", vale a dire una scrittura liberamente prodotta mediante una varietà di ipotesi lessicali anziché un linguaggio già consumato fornito dalla storia.
     Se è vero che "sugli oggetti leggiamo l'avvenire delle nostre disgrazie" Frasnedi propone d'intensificare il grado d'innocenza (o di memoria) delle cose da cui si sente guardato (o inseguito) e dalle quali è a suo modo attratto concedendo loro una purezza strutturale e cromatica che è al tempo stesso precisazione ottica e arbitrio fantastico; un modo cioè di rendere, non senza ironica consapevolezza, "splendore e mistero a un mondo spento e disincantato". Così le cose sciolte dal loro contesto funzionale o naturalistico (scatole senza peso, mensole che non reggono nulla, nuvole, mare, alberi: semplici apparati di scena) ripropongono costantemente la loro diversa presenza con seriale improntitudine fino a farsi materiali illusori (ma nel senso della poesia) di nuove possibilità di fruizione, frasi di un gioco immaginativo di cui sono offerte a fianco della pagina o proprio dentro al foglio le probabili chiavi di lettura o i suggerimenti ulteriori per autonome appropriazioni del reale. C'è in definitiva in questa predisposizione di forme elementari una finctio pedagogica che stimola il processo creativo dell'interlocutore "non spettatore" il quale non ha bisogno di creare altre immagini (Frasnedi dice che ce ne sono anche troppe) ma di " ripensare" quelle che il "mercato" o "la letteratura" gli offre perché diventino infine immagini disobbedienti di una ritrovata umanità.
     Ecco allora che dalla confezione in serie (nuvole più nuvole, rose più rose, alberi più alberi, mare più mare) salta fuori il film di una seconda natura: un "Vormittagsspuk" in cui alla danza dei cappelli è sostituita la parodistica sequenza di quel medio contenitore del nulla che è la scatola intorno alla cui insistita e incoercibile apparizione ruotano tutti gli altri elementi. Insomma dobbiamo partire dalla scatola se vogliamo capire qualcosa "dell'incantesimo antimeridiano". Una scatola è sul prato, una scatola è di traverso sul mondo. La sua variante è diventata oggi una stele sulla quale sono "iscritte" ancora onde marine (ma di un colore, mi sembra, più inquinato), l'immagine di un tempio greco, la figura seduta di Picasso oppure potrebbero iscriversi "magnifiche rose"…
     Cosa significa? Nel fornire i materiali del "gioco" Frasnedi non dimentica di porre dubbi, interrogazioni, d'indicare segnali d'allarme. La stele, simile nella sua stilizzazione a un ingrandito fotogramma (e fotogramma diviene infine il quadro che la contiene) è un'altra forma della "confezione" ma con qualcosa di più. Eretta sul terreno della storia essa porta nella sua fragile definizione pittorica l'idea del tempo, della consunzione delle cose, ma anche frammenti di cultura; quasi un'amara testimonianza della "impotenza" della poesia di fronte alla generalizzazione della violenza nel mondo (sia Guernica o mille altre sue ripetizioni).
     La stele è dunque in qualche modo simbolo di una presenza funeraria pur senza averne l'apparenza; è un modo di confrontare la fantasia con gli aspetti dell'invadenza quotidiana e con il "caos familiare" che è penetrato dentro di noi. Pur rilevando nelle opere recenti di Frasnedi questo atteggiamento più ripiegato e inquietante, l'immagine complessiva della sua proposta resta sempre quella di una provocatoria appropriazione mimetica del reale che è al tempo stesso dichiarazione di falso e impegno di verità, atto di "educazione spontanea al rischio" e modificazione dell'attitudine verso la vita. Per concludere, Frasnedi sembra tradurre il bretoniano lâchez tout in un découpez tout: ritagliate tutto. Ritagliate il cielo, le piante, gli apparati pubblicitari, il mare, la demenza consumistica, la natura resa inospitale, le speranze, i timori e poi fissate a lungo quello che avete messo insieme: se questo mondo non vi piace fabbricatene un altro, ma partendo sempre da questo mondo. Frasnedi, tuttavia, non "ritaglia" solo dall'universo dell'alienazione, ma anche da quello dell'arte. In questo caso però i materiali da Leger, De Chirico, Picasso, essendo già cose vissute e poeticamente realizzate non debbono più essere sottoposti ad alcun processo di "decodificazione" ma sono invece riutilizzati nella loro "impersonale vitalità" come oggetti misteriosi e affascinanti capaci di prolungare la propria illuminazione profetica nella creazione ulteriore, di essere cioè natura.