La
prima domanda che Frasnedi sembra porre al suo interlocutore ci pare
in sostanza questa: in che modo usare la realtà se tutte le immagini
sono state consumate? Come rimettere in piedi la forma rovesciata del
mondo se le strutture linguistiche delle sue correlazioni comunicazioni
sono quasi interamente possedute e manipolate dalla pubblicità?
Come è possibile vedere ancora il volto segreto della città
o la linea pura di un paesaggio se la visione è censurata dalla
barriera ossessiva dei messaggi di massa?
Siamo a New York nel 1915 o nel 1985 o
in qualche sua dépendence europea. Ormai una sorta di contaminazione
egualitaria ci ha introdotti nel regno delle cose generali, nella suprema
abitudine subalterna o maliziosa e fatiscente limbo della passività
borghese e consumistica. Il grande "artificio" ha reso omaggio
alla grande "evidenza" e noi viviamo soltanto idee di superficie
in uno scambio continuo di ruoli e di oggetti equivalenti e riproducibili.
I miti e i riti dell'epoca sono inventati e celebrati all'insegna multicolore
di una storia intesa come rappresentazione e spettacolo. Così
con l'approssimazione della verità posso fingermi un viaggio
programmato attraverso i depositi celesti d'immagini sconsacrate o vedermi
riprodotto sui muri in migliaia di copie diverse e tutte uguali (noi
e gli altri) o investire il mio patrimonio umano con i consigli di agenzie
speculative create ad hoc. Potete stare certi che se cercate un colore
(non dico nemmeno l'esperienza di un colore) vi verrà offerto
un intero arcobaleno perché non manchi la meraviglia! La risposta
(ovviamente retorica) che Frasnedi cerca di dare a questa iperrealtà
naturalizzata ovvero a questa sorta di ideologizzazione "in negativo"
e falsificante della vita, non viene realizzata con l'invenzione di
figure alternative o con rapporti di mediazione culturale, ma con un
processo di riduzione confezione dei dati esistenti, "ritagliati"
dalla superiore ironia di un bambino e successivamente combinati in
un nuovo contesto formale fino a ottenere, come direbbe Man Ray, una
semplice immagine poetica.
Isolare significa in qualche modo vedere,
produrre dei segnali, sottrarre il senso alla deperibilità dei
significati. Ma una volta compiuta l'operazione, la scelta (il montaggio)
non viene risolta in favore dell'oggetto cioè della sua pregnanza
ideologica di "bene" possedibile o da rifiutare, strumento
dell'utile o piccola grande barbarie dell'ingombro e sovrabbondanza,
ma è per così dire compiuta a vantaggio della cosa che
resa inservibile, smagnetizzata, infantilmente precisa si mostra disponibile
a ricevere un nome, un colore, un'idea e fors'anche il peso del mistero
scongiurato solo da una sottile e scoperta intenzione ludica.
Che si tratti di una sorta di naïveté
astratta? O non invece più semplicemente di un modo spontaneo
di assumere le parole appena liberate e poste al di fuori di qualsiasi
organizzazione linguistico simbolica? La "parole" dunque al
posto della "langue", vale a dire una scrittura liberamente
prodotta mediante una varietà di ipotesi lessicali anziché
un linguaggio già consumato fornito dalla storia.
Se è vero che "sugli oggetti
leggiamo l'avvenire delle nostre disgrazie" Frasnedi propone d'intensificare
il grado d'innocenza (o di memoria) delle cose da cui si sente guardato
(o inseguito) e dalle quali è a suo modo attratto concedendo
loro una purezza strutturale e cromatica che è al tempo stesso
precisazione ottica e arbitrio fantastico; un modo cioè di rendere,
non senza ironica consapevolezza, "splendore e mistero a un mondo
spento e disincantato". Così le cose sciolte dal loro contesto
funzionale o naturalistico (scatole senza peso, mensole che non reggono
nulla, nuvole, mare, alberi: semplici apparati di scena) ripropongono
costantemente la loro diversa presenza con seriale improntitudine fino
a farsi materiali illusori (ma nel senso della poesia) di nuove possibilità
di fruizione, frasi di un gioco immaginativo di cui sono offerte a fianco
della pagina o proprio dentro al foglio le probabili chiavi di lettura
o i suggerimenti ulteriori per autonome appropriazioni del reale. C'è
in definitiva in questa predisposizione di forme elementari una finctio
pedagogica che stimola il processo creativo dell'interlocutore "non
spettatore" il quale non ha bisogno di creare altre immagini (Frasnedi
dice che ce ne sono anche troppe) ma di " ripensare" quelle
che il "mercato" o "la letteratura" gli offre perché
diventino infine immagini disobbedienti di una ritrovata umanità.
Ecco allora che dalla confezione in serie
(nuvole più nuvole, rose più rose, alberi più alberi,
mare più mare) salta fuori il film di una seconda natura: un
"Vormittagsspuk" in cui alla danza dei cappelli è sostituita
la parodistica sequenza di quel medio contenitore del nulla che è
la scatola intorno alla cui insistita e incoercibile apparizione ruotano
tutti gli altri elementi. Insomma dobbiamo partire dalla scatola se
vogliamo capire qualcosa "dell'incantesimo antimeridiano".
Una scatola è sul prato, una scatola è di traverso sul
mondo. La sua variante è diventata oggi una stele sulla quale
sono "iscritte" ancora onde marine (ma di un colore, mi sembra,
più inquinato), l'immagine di un tempio greco, la figura seduta
di Picasso oppure potrebbero iscriversi "magnifiche rose"
Cosa significa? Nel fornire i materiali
del "gioco" Frasnedi non dimentica di porre dubbi, interrogazioni,
d'indicare segnali d'allarme. La stele, simile nella sua stilizzazione
a un ingrandito fotogramma (e fotogramma diviene infine il quadro che
la contiene) è un'altra forma della "confezione" ma
con qualcosa di più. Eretta sul terreno della storia essa porta
nella sua fragile definizione pittorica l'idea del tempo, della consunzione
delle cose, ma anche frammenti di cultura; quasi un'amara testimonianza
della "impotenza" della poesia di fronte alla generalizzazione
della violenza nel mondo (sia Guernica o mille altre sue ripetizioni).
La stele è dunque in qualche modo
simbolo di una presenza funeraria pur senza averne l'apparenza; è
un modo di confrontare la fantasia con gli aspetti dell'invadenza quotidiana
e con il "caos familiare" che è penetrato dentro di
noi. Pur rilevando nelle opere recenti di Frasnedi questo atteggiamento
più ripiegato e inquietante, l'immagine complessiva della sua
proposta resta sempre quella di una provocatoria appropriazione mimetica
del reale che è al tempo stesso dichiarazione di falso e impegno
di verità, atto di "educazione spontanea al rischio"
e modificazione dell'attitudine verso la vita. Per concludere, Frasnedi
sembra tradurre il bretoniano lâchez tout in un découpez
tout: ritagliate tutto. Ritagliate il cielo, le piante, gli apparati
pubblicitari, il mare, la demenza consumistica, la natura resa inospitale,
le speranze, i timori e poi fissate a lungo quello che avete messo insieme:
se questo mondo non vi piace fabbricatene un altro, ma partendo sempre
da questo mondo. Frasnedi, tuttavia, non "ritaglia" solo dall'universo
dell'alienazione, ma anche da quello dell'arte. In questo caso però
i materiali da Leger, De Chirico, Picasso, essendo già cose vissute
e poeticamente realizzate non debbono più essere sottoposti ad
alcun processo di "decodificazione" ma sono invece riutilizzati
nella loro "impersonale vitalità" come oggetti misteriosi
e affascinanti capaci di prolungare la propria illuminazione profetica
nella creazione ulteriore, di essere cioè natura.