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Francesco Bartoli
Presentazione mostra personale, Galleria G. Greco, Mantova 1968


     La collera e la rivolta sono sentimenti che Frasnedi non conosce, così come risulta assente in lui la dialettica dell'esaltazione e della caduta. Ci fu, è vero, un tempo in cui Frasnedi cercò di stabilire il contatto con le cose in modi eroici e risentiti, anche se poi egli rifuggì sempre dalle espressioni sublimi e romanticamente vertiginose. Non è un caso che le preoccupazioni tecnico-organizzative dell'immagine abbiano costituito il motivo permanente delle sue ricerche: il linguaggio, la grammatica della comunicazione artistica sono state indagate come elementi portanti del messaggio figurativo e, nello stesso tempo, senz'essere abbassate a meri tralicci strumentali, studiate come modalità del nostro essere con le cose e nelle cose. Si potrebbe dire che al pittore, prima che l'oggetto, interessa l'ottica in cui l'oggetto stesso si struttura e viene percepito. In tal senso, e solo in questo, ci sembra che il cosiddetto realismo di Frasnedi debba essere interpretato; l'approccio al reale, si capisce, non è rimandato, ma tentato attraverso la presa di possesso e l'analisi delle strutture della percezione. Ad un primo avvicinamento la pittura di Frasnedi dà l'impressione di contenere soltanto dei calchi, estratti dai luoghi dei consumi, come emblemi, scritte e tipi fumettistici, ma ci si accorge poi che quelle figure e quei tipi sono stati sottoposti ad un'operazione di verifica e aggiustamento critico. È quindi un problema di conoscenza quello che ha mosso Frasnedi.
     Stare al gioco della modalità della persuasione pubblicitaria può voler dire anche smontarla ed eluderla. Si consideri intanto come il pittore tratti il materiale linguistico per provarne la forza di resistenza e la compattezza, attraverso la messa a fuoco, il taglio, l'impaginazione, la dilatazione dell'immagine nei suoi attributi più allettanti e volgari, la rinuncia alla profondità e l'uso dei tracciati grafici squalificati e poveri. Non c'è miglioramento o innalzamento degli oggetti, che anzi vengono mantenuti al livello normalizzato della proposta di consumo: questo almeno finché Frasnedi procede su un piano puramente sperimentale di analisi. Il pittore inoltre si sforza di mantenersi fuori dalle suggestioni "colte" della lettura del suo materiale iconografico, ripudiandone le interpretazioni di tipo sociologico e psicologico. Quelli su cui Frasnedi agisce non sono dei simboli di angoscia né delle immagini di "transfert", ma semplicemente degli emblemi di consumo ottico. Vogliamo dire che in lui non c'è il piacere di chi richiama alla memoria letture disattente e inconsapevoli, né l'aspra condanna dell'uomo che si piega ad osservare un mondo che gli appare alienato. Ciò non toglie però che i segni si riqualifichino all'interno del quadro come eventi coloristici o grafici, come elementi di un linguaggio assoluto, asemantico nella misura in cui non rimanda a dei significati che non siano lo stesso dato oggettivo del ductus grafico o dell'impatto cromatico.
     Non ci interessa in alcun modo definire la misura ideologica dell'immagine di Frasnedi. Siamo dell'avviso invece che nel suo caso sia fuori posto ricercare il grado ideologico della sua pittura, nel senso che questa né lo esclude né lo richiama perentoriamente: semplicemente si pone come autosignificante. Per leggerla non hanno rilevanza domande riguardanti la sua forza contestativa, quanto piuttosto altri interrogativi di carattere retorico e schiettamente formale.
     Molto forte è in primo luogo la componente illusionistica. Frasnedi — si può dire — fa ricorso agli espedienti più frequenti ed obsoleti della confezione tecnologica dell'imagerie di consumo. La tecnica dell'imballaggio e dell'esibizione gli offre le figure grammaticali più evidenti per l'organizzazione degli oggetti. È infatti significativo che la stilizzazione si attui in una gamma abbastanza ristretta di predilezioni e che tutte abbiano nella piattezza e nell'assenza di spessore il loro denominatore comune. Anche il confronto con le opere ultime e quelle meno recenti mette in evidenza come l'approfondimento del suo discorso sia avvenuto nella direzione dell'impatto coloristico frontale, congelando certe irruenze ancora presenti nelle tempere del periodo 1964-66. Gli oggetti che Frasnedi propone, non a caso delle "scatole" o dei "contenitori", non sono dei prodotti tridimensionali, se non in un modo del tutto apparente e con traddittorio. Richiamano piuttosto gli scatti dell'obiettivo fotografico, quasi che Frasnedi abbia montato una specie di edificio visuale con la tecnica di caricamento dei proiettori meccanici. L'uscita dal "genere" con l'impiego di modalità appartenenti ad altre tecniche rappresentative è in effetti solo apparente e, anziché dar luogo ad un nuovo plurimo, dà come esito la creazione di uno spazio unidimensionale e privo di tensioni.
     Tutto ciò non esclude che Frasnedi intervenga spesso sulle sue immagini con una sorta di piglio divertito ed ironico, come per contraddirle e metterne in chiaro il carattere magico e illusorio. Si tratta di sfumature di un atteggiamento più propriamente fantastico: egli lascia che l'immaginazione intervenga liberamente nel procedimento compositivo, così che si creino sequenze e aggregati, mimando, se così si può dire, l'andamento associazionistico e combinatorio dell'immaginazione comune. È il suo, in questo senso, un procedere calcolato, in cui l'imprevisto e l'aleatorio vengono ricontrollati e frenati, severamente ristrutturati entro precisi schemi visuali.
     L'astrazione e l'impaginazione puristica sono soltanto gli aspetti superficiali di un lavoro di concentrazione, di selezione riduttiva degli argomenti e delle forme degli argomenti cui è arrivato l'artista. Qualcosa di simile è avvenuto per D'Arcangelo e Lichtenstein, il cui purismo è in realtà un rigoroso procedimento di sintesi, di precisione linguistica e di fissaggio ottico. Anche per Frasnedi, come per altri, si è avuto un graduale passaggio dalla esplorazione aperta della iconografia "popolare" alla definizione di alcuni temi caratteristici, il che ha comportato contemporaneamente delle scelte stilistiche meno varie ma anche più sorvegliate. A chi osservi attentamente, parrà evidente che molti motivi della sua attuale figurazione erano già presenti, anche se non dominanti, nella sua produzione di qualche anno fa. Intendiamo riferirci ai disegni e alle tempere in cui veniva affrontato il tema "ambientale" della evasione dalla città, della promessa dei luoghi felici, del miraggio della vacanza. È proprio questa zona più intima e più fantastica della imagerie di massa, per altro così fortemente battuta dall'industria dei consumi, che il pittore ha assunto come argomento di lavoro. Crediamo che Frasnedi abbia meditato su questa dichiarazione di Richard Smith: "La tecnologia di oggi, le rubriche delle riviste specializzate in 'Eastaman color' non hanno relazione diretta e univoca col mio lavoro del momento, ma non sono mondi estranei"; e sulla interpretazione che delle opere di Smith ha dato L. Alloway: "La soglia di leggibilità ha costantemente interessato (il pittore), dall'evocazione di oggetti e prodotti con pittura piatta, alla fusione di forme tridimensionali con superfici dipinte, in cui il volume reale e lo spazio dipinto stanno in contraddizione irriducibile. In entrambi i casi, è importante l'effetto illusionistico, come dimensione di riferimento nei primi lavori, e come temporaneo spostamento d'accento negli altri; ed è essenziale l'ambiente echeggiato dai dipinti o costruito da questa tecnica: l'ambiente concepito come mondo nostro, che sollecita lo spettatore a un gioco di contatti e di tensioni". Alcune tempere di Frasnedi e i suoi oggetti-ambiente ci sembrano confortare in modo pertinente l'analogia. I colori astratti evocano quelli teneri e sfumati dei messaggi commerciali, così come il grande parallelepipedo che è raffigurato in uno dei fogli qui esposti, non è che la traduzione geometrica di una grande scatola di confezioni, con tutti i suoi attributi di appetibilità e fascinazione. Astrattismo geometrico e cultura popolare collaborano assieme per creare un terzo dato, assolutamente compiuto in se stesso, che è l'immagine frasnediana.
     Le scatole-confezioni, i paesaggi delle avventure turistiche, le immagini "meravigliose" di Frasnedi rimandano a un mondo intimo e domestico: li avvolge uno sguardo "televisivo", morbido e senza asprezze, che tutto colloca in primo piano, che "confeziona" ma di fatto "disaliena" quell'universo, quasi che per gioco si prendesse la sua estrema rivincita.