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Renato Barilli
Presentazione mostra personale, Firenze, gennaio 1958


      Quando Frasnedi si è affacciato alla ribalta nazionale (in occasione dell'ultima Biennale) si trovava impegnato in una esperienza rientrante in quella complessa situazione maturata particolarmente nell'Italia settentrionale, diciamo l'"ultimo naturalismo", per usare una delle definizioni sicuramente più contingenti e provvisorie nella forma, ma anche meno equivoche, portata avanti, fra l'altro, dal critico cui va riconosciuto il merito di aver costituito una delle antenne più sensibili e pronte, in Italia, a captare, a denunciare l'avvento della civiltà delle "forme aperte", dell'"informel". Di qui Frasnedi ha ricavato una fondamentale determinazione a mettere in atto una pittura emotiva, pronta nella restituzione di valori sensibili, iscritta entro la categoria romantica del "non finito", o in quella espressionista della violenza cromatica. Ma la sua partecipazione all'"ultimo naturalismo" era già contrassegnata dal carattere che ancora oggi possiamo ritrovare in lui, cioè da una sottolineatura del processo tecnico strumentale che non curava affatto di nascondersi come tale, come fattura, come presenza manuale non interamente risolta in immagine. Certi eventi naturali, l'affiorare di vasti sbarramenti vegetali, il gonfiarsi della massa terrestre secondo una plastica fortemente evidenziata, erano indicati da fasci di spatolate disposti a raggiera, a ventaglio, per gran parte già autonomi, o almeno caricati di un assai allentato grado di rappresentatività.
     Il passo successivo è consistito nell'abbandono di una ribalta fisica, nell'avvio, da una intenzione di evocare gli oggetti, a quella di fonderli, di farli consistere nel segno, così da raggiungerli a posteriori, a partire dal movimento della materia assunto come unico dato di cui si dispone fin dall'inizio. Dall'evocazione, dunque, al gesto fondante: così in breve potremmo indicare l'ultimo percorso di Frasnedi, ricordando d'altra parte che i due termini sono contigui e rimandano l'uno all'altro. Una pittura, la sua, sempre più identificata col processo tecnico, e quindi potremmo dire, una pittura di gesto: non un gesto oltranzistico, parossistico, non proprio, cioè, un "act painting" il cui fittissimo ritmo non rientra nella natura di Frasnedi. Questo significa che, fra i termini di una generalissima distinzione, tra ipertensione e ipotensione del segno, tra una grafia esasperata e una più pacata conduzione di "pâte", egli inclina evidentemente verso quest'ultima determinazione stilistica.
     Venuta meno l'evocazione della natura secondo una immagine ancora in qualche modo "leggibile", si deve forse intendere che una pittura di questo genere si proponga di realizzare, di "exploiter" metodicamente una rete di combinazioni geometriche e di rapporti preordinati, che cioè si debba leggere secondo il grado di piacere percettivo che è capace di porgere, che insomma conti il fatto che una colata si aggrovigli in un certo modo piuttosto che in un altro, che una spatolata si disponga con incidenza troppo brusca rispetto a un'altra?
     Non lo crediamo affatto. Sicuramente questa pittura è lontana sia dal proposito di realizzare un purismo costruttivistico, sia di comunicare solo mediante la formazione di un armonico "pattern" visivo. Si ricordi che la spatolata, come si diceva, è gesto, è atteggiamento fisico attraverso il quale tutta la persona del pittore sporge ad accompagnare il procedimento tecnico, aggravandolo e intensificandolo con tutto il peso della sua partecipazione emotiva. La prova è data dal fatto che quando il lento scandaglio delle spatolate raggiunge un modus esistenziale, una posizione viva e reattiva, lì si fissa e consiste, e la struttura tecnicistica, che prima poteva sembrare nudamente portante e scopertamente strumentale, a questo punto esplode, cioè si polarizza in modo irreversibile, si consuma interamente in espressione. Frasnedi getta pazientemente le reti in un lungo esercizio quotidiano: quando "gli va bene", quando scocca la "grazia", cui anche senza avere fatto una visione mistica del fatto artistico è lecito credere, se non altro per compendiare entro una cifra mitica un gruppo di fattori imponderabili, queste gli tornano fecondate di densa emozione.



Presentazione mostra personale, Milano, gennaio 1960

     L'esperienza pittorica di Frasnedi è ancora breve quanto a numero di anni, come ovvia conseguenza dell'ancor giovane età del pittore, ma sicuramente ha proceduto in modo intenso e lineare, attraverso un approfondimento di quella tematica, di quella zona espressiva che egli ha bene inteso essere la più conforme ai suoi mezzi e al suo temperamento. Dopo un inevitabile primo tempo di generiche prove avanguardistiche, si può dire che Frasnedi sia nato "ufficialmente" alla pittura partecipando a quel clima di ricerche e di inquietudini che fu dall'Arcangeli individuato e posto all'insegna dell'"ultimo naturalismo": un clima assai ricco di complesse, e a volte anche discordanti, motivazioni, fra le quali converrà sottolineare senza indugio quella che qui più direttamente ci interessa: l'attenzione portata alla "materia" pittorica come un principio di alterità con cui il pittore deve fare i conti da vicino, uscendo da ogni contemplazione solipsistica, da ogni orgoglioso soggettivismo; ovvero uscendo, come potremmo commentare riprendendo una delucidazione avanzata dall'Arcangeli stesso, da ogni chiusura nell'uno per muovere verso la relazione, verso il "due". Una proposta di dualità, di relazione "io altro" che veniva ad articolarsi su due piani: sia mostrandosi come incontro con la natura nell'immediato rapporto vitale, esistenziale; sia come incontro con la "materia", nella realtà a sé stante dell'opera, contro le dimensioni virtuali del quadro.
     L'Arcangeli era portato a insistere quasi esclusivamente sull'aspetto vitale esistenziale di tale incontro, a intenderlo cioè come apertura alla presenza lirica dell'albero, del dosso collinare, della distesa terrestre, e della superficie acquea: non mancava però di scorgere anche le incidenze tecniche di questo atteggiamento, visibili in un aprirsi delle forme, in un concedere alle suggestioni del "non finito", alle sbavature, alle colate grasse, alle spatolate, come per ritrovare nel dipinto l'impeto stesso della vita. Libertà, "imprecisione vitale" erano appunto i connotati, anche tecnici, anche stilistici in senso stretto, che il critico bolognese poteva ravvisare nei suoi autori preferiti, Morlotti, Mandelli, Moreni, e contrapporre al meticoloso "finito" degli astratto geometrici, o anche degli astratto concreti, nei quali ogni generosità di esecuzione era sacrificata a un'idea precostituita, maturata e decisa senza l'intervento della materia con la sua casualità, la sua abbondanza straripante, il suo senso di affascinante e indomabile estraneità.
     La pratica di Frasnedi fu invece fin dall'inizio rivolta solo a uno dei due termini in cui si poteva configurare la relazione, la dualità suaccennata: quello della materia, con minime concessioni a quello di natura, quasi esclusivamente ridotte, queste ultime, a una simbologia cromatica: nella sua tavolozza infatti la parte del leone la ebbe per gran parte la varia gamma dei verdi, dei colori cioè evidentemente associati all'idea della funzione clorofilliana. Per il resto, la sua pittura coincise col "fare" tecnico, cioè l'imprimersi degli utensili usati (la spatola per lo più) sul fondo della tela, col loro articolarsi seguendo non già suggestioni iconiche, mimetiche, rappresentative, ma ragioni intrinseche alla logica dell'operazione stessa.
     Non è da nascondersi che poteva profilarsi a questo punto una nuova minaccia di ricaduta nel "concretismo", cioè in un tipo di arte basata sul principio per cui ciò che è sulla tela resta rigida applicazione del principio di identità, A = A. Se effettivamente tale concezione concretista si fosse affacciata, Frasnedi avrebbe fatto un passo indietro, verso una posizione rivelatasi insostenibile e contro la quale tanto opportunamente aveva reagito appunto l'"ultimo naturalismo", precedendo in ciò il vasto movimento informale.
     Ma i lavori di Frasnedi non vanno intesi come espressioni "concrete": essi infatti illuminano, fissano, riscattano quei molteplici moti esistenziali; tensioni immediate, scatti energetici, vibrazioni che quotidianamente avviene a noi tutti di sperimentare, nel microcosmo, ovvero in una dimensione quasi da "vetrino" biologico, o nel macrocosmo, ovvero appunto in ambito genericamente definibile come di natura. E, del resto, a evidenti motivi di natura questi dipinti molto spesso si richiamano, per esempio affrontando la tematica dei "cespugli" già tanto ampiamente illustrata da Moreni, che poi altro non è se non l'equivalente macroscopico di quelle tensioni, di quei microimpulsi esistenziali di cui si diceva prima.
     Questi, a un esame teorico, gli estremi entro i quali si muove Frasnedi. Resterebbe ora da svolgere un'analisi più estesa e contingente, attenta a individuare le varianti interne. Qui brevemente diremo che la penultima fase, cui il pittore ha atteso per tutta l'estate scorsa, potrebbe essere definita "araldica", in quanto i nodi, i grovigli, i cespugli arruffati si sono essenzializzati e appaiono disposti al centro, su un vasto campo monocromo. È come se Frasnedi abbia voluto darci la cifra, l'emblema del suo stesso operare, ridotto a monogramma.
     Gli ultimi passi infine sembrano, rivolti in una direzione ancora più essenziale, con apparente ulteriore abbandono della complicazione e della caoticità esistenziale: quasi si riaffaccia la possibilità di un esito da "arte concreta" o da "costruttivismo". Ma a insistere verso una vocazione materico esistenziale resta sempre la qualità sensuosa dello spessore, del colore, dell'intensità emotiva degli spazi pur sinteticamente tracciati.